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INDICE:

 

NEW - Proliferazione di progetti di teleriscaldamento: sempre una scelta sostenibile?

 

NEW - A proposito di rifiuti: prima la materia o l'energia?

 

NEW - Convegno Ci sono Alternative! Esperienze e proposte alternative all'insediamento di nuove grandi centrali termoelettriche

 

          - Pillole:

                        1. Le ragioni di un nome.

                        2. L'energia è tutta nucleare (o quasi ).

                        3. Diamo un pò i numeri.

                        4. Ordini di grandezza.

                        5. L'omino, il tavolo, l'albero.

                        6. Più energia consumi, più sei felice.... o no? 

                        7.Materia ed energia: due facce della stessa medaglia

          - L'eco-mattone mette le fondamenta nei comuni italiani e alleggerisce le bollette.

 

         - Renewable energy a response to climate change

 

         - Bibliografia

Le ragioni di un nome

energETICA:  quello che a tutta prima può sembrare soltanto un curioso gioco di parole, si rivela invece, ad un’analisi più approfondita, una fonte inattesa  di riflessioni.

A chi abbia  una sia pur minima infarinatura di storia della filosofia, l'accostamento tra energia ed ETICA non può non richiamare le opere degli antichi filosofi, che erano suddivise in varie parti, una per ciascun campo della conoscenza. In particolare  c’era la fisica, intesa nel significato antico, più ampio di quello attuale, di indagine sulla realtà naturale (e l’energia nelle sue molteplici forme è onnipresente in natura e sta alla base della fisica), e c’era l'ETICA, che consisteva nella riflessione sul comportamento dell’uomo, in relazione ai concetti di bene e di male.

Nel corso della storia i diversi campi del sapere si sono via via sempre più differenziati e articolati, con un enorme ampliamento ed approfondimento delle conoscenze, ma anche con un’esasperata settorializzazione delle stesse.

Se dal punto di vista della tecnica, cioè delle applicazioni pratiche della conoscenza, la specializzazione risulta ormai irrinunciabile, a livello di riflessione oggi da parte di molti è sentita l’esigenza  di fare, o rifare unità.

Ecco allora che il connubio tra  energia ed  ETICA può risultare addirittura affascinante.

Che l’energia  e l’ETICA  abbiano  punti di contatto lo dimostra anzitutto il dato di fatto che l’uomo, per attuare un qualsiasi comportamento, buono, cattivo o neutro, ha bisogno di energia. Se non si risolvono  i bisogni materiali fondamentali, non ha senso parlare di bene e male, tant’è vero che generalmente si tende a giustificare chi ruba perché spinto dalla fame.

Il piano fisico dunque come base di partenza indispensabile per ogni discorso ETICO.

Ma a parte  queste considerazioni  piuttosto ovvie e valide fin dall’inizio dell’umanità - lo stesso peccato originale é rappresentato come un gesto materiale, un “mangiare” - la realtà contemporanea ci mette di fronte, assai più che in passato, a situazioni di conflitto di portata planetaria tra la necessità di provvedere ad un fabbisogno energetico sempre più massiccio e la constatazione della limitatezza delle risorse.

Ora, quando la torta è troppo piccola  c’è poco da fare: o si fanno fette più piccole, o si riduce il numero di quelli che mangiano: un problemema di giustizia sociale che ha molto a che fare con l’ETICA.

In passato l’uomo, anche volendo, non era in grado di condizionare sostanzialmente l’ambiente naturale. Esso poteva essere considerato uno sfondo immutabile delle vicende storiche, e come tale non veniva in genere fatto oggetto di valutazioni ETICHE.

Oggi non è più così, il futuro della realtà naturale può essere pesantemente influenzato dalle scelte dell’umanità e pertanto il problema ambientale, ed in particolare quello energetico, viene ad avere una valenza etica.

Dato che spesso le scelte dell’umanità non sono altro che la somma delle scelte di ciascuno di noi, il coinvolgimento etico  individuale risulta evidente.

 

L’energia è tutta nucleare (o quasi)

 

Affermare che ”l’energia è tutta nucleare” non è solo  un tentativo di trovare una  frase ad effetto. Quello che ci  sta sotto è un concetto vero, che può aiutarci a cogliere nella giusta prospettiva i problemi dell’energia e dell’ambiente.

La fisica moderna conosce  tre tipi fondamentali di forze  (i fisici preferiscono chiamarle “interazioni”): nucleari, elettromagnetiche e  gravitazionali. Fino a qualche tempo fa le forze erano quattro, c’erano infatti anche le cosiddette “forze deboli”, che tuttavia in seguito si sono rivelate della stessa natura di quelle elettromagnetiche.

Un grande sogno dei fisici teorici è quello di unificare sotto un solo principio  tutti i tipi di forze. Forse un giorno ci si riuscirà, ma per il momento la descrizione dei fenomeni naturali, dal punto di vista fisico, si basa sull’esistenza di tre tipi di forze, e di conseguenza su tre tipi  fondamentali di energia.

Questo è vero se guardiamo all’universo nel suo insieme, mentre se analizziamo la questione dal punto di vista pratico, cioè ci interessiamo del possibile utilizzo dell’energia da parte dell’uomo, allora le cose cambiano.

Tra le fonti energetiche disponibili c’è l’energia nucleare in senso stretto, ottenuta dalla  rottura (fissione) dei nuclei di elementi pesanti, come l’uranio, o dalla fusione di nuclei di elementi leggeri, come l’idrogeno.

Le centrali nucleari a fissione sono in uso da molti decenni, mentre  la “fusione controllata” appartiene ancora al campo della ricerca (la fusione incontrollata è invece alla base della terribile bomba all’idrogeno).

C’è poi  l’energia ricavabile dai combustibili fossili, la fonte energetica forse più nota. Tale energia è contenuta nelle molecole  sotto forma di energia chimica, cioè, in sostanza, elettromagnetica.

Ma questa energia non nasce dal nulla: essa è energia solare accumulata da organismi preistorici, e  l’energia solare è prodotta attraverso reazioni di fusione nucleare.

Anche tutte le altre forme di energia riconducibili al sole – fotovoltaica, solare termica, idroelettrica, eolica, onde marine,  legname, biomasse  -  hanno per lo stesso motivo   un’origine “nucleare”.

Quanto all’energia geotermica, essa proviene per la maggior parte  dal decadimento degli isotopi radioattivi naturali presenti in abbondanza all’interno della terra e originati, si ritiene, da antichissime esplosioni stellari (supernovae) i cui resti si sarebbero in seguito condensati a formare nuove stelle e pianeti: ancora una volta, energia nucleare.

E che cosa si può dire a proposito dell’idrogeno, da molti considerato, probabilmente non a torto, il combustibile del futuro? A parte il suo eventuale impiego nucleare in centrali a fusione, la modalità diretta di produzione di energia a partire dall’idrogeno, mediante combustione tradizionale o nelle cosiddette “fuel cells”, si basa su reazioni chimiche o elettrochimiche

Ma l’idrogeno allo stato puro non è immediatamente disponibile sul nostro pianeta. Ce n’è in abbondanza sulle stelle, ma non è molto pratico  andarlo a prendere. L’idrogeno presente sulla terra è in genere legato in molecole, e occorre energia per separarlo e immagazzinarlo. Questa energia, per ovvie ragioni, dev’essere prodotta in qualche modo diverso dalla combustione dell’idrogeno (altrimenti si tratterebbe del famoso gatto che si morde la coda). Dunque l’idrogeno, più che una vera e propria fonte di energia, è un interessante mezzo per accumularla e trasportarla, un po’ come l’elettricità. Al pari di questa, può essere prodotto in vari modi, più o meno puliti e compatibili con l’ambiente, ma quasi tutti riconducibili, direttamente o indirettamente, all’energia nucleare.

Resta soltanto la piccola percentuale di energia geotermica  prodotta  dalle forze  gravitazionali, l’energia delle maree, sempre di origine gravitazionale (quella delle onde è riconducibile al vento e quindi al sole) e poco altro: per questo nel titolo ho dovuto aggiungere il “quasi”.

Le precedenti riflessioni possono essere considerate  un esercizio dialettico che lascia il tempo che trova,  ma credo che se ne  possa trarre un insegnamento:  non sono le  “etichette” che rendono una forma di energia buona o cattiva in sé. Non tutta l’energia di origine nucleare, che é poi quasi tutta quella disponibile, è pericolosa o dannosa, così come non tutta l’energia di origine solare è innocua e pulita.

I concetti di rinnovabilità, sostenibilità, equa distribuzione, risparmio energetico e quant’altro non riguardano, in ultima analisi, la scienza e la tecnica, ma l’uomo e i suoi rapporti con i suoi simili e con l’ambiente, o meglio con quella piccola parte di ambiente, costituita da un sottile strato di crosta terrestre e dall’ atmosfera, sulla quale l’uomo può influire.

Per quanto riguarda l’ambiente naturale nel suo compelsso, l’universo, non possiamo far altro che starlo a guardare a bocca aperta, cercando di spiegarne il comportamento in base a concetti scientifici come energia e forza, ma consapevoli di come la sua essenza ultima ci sfugga.

 

Diamo  un po’ i numeri

 

A molte persone  i numeri   non piacciono, li trovano aridi, freddi, poco interessanti.

E’ un’opinione che posso capire e in parte persino condividere. Purtroppo però esistono temi, e il problema energetico è uno di questi, che per essere affrontati con un minimo di serietà, di qualche  numero hanno  proprio bisogno. A dire il vero ci sarebbe bisogno anche  di un po’ di matematica, che è qualcosa di più complesso, ma per ora limitiamoci ai numeri.

Prima di tutto, se vogliamo parlare di energia dobbiamo almeno sapere qual è la sua unità di misura.

Un po’ come  per tutte le altre grandezze, anche per l’energia furono via via introdotte, nel corso della storia,  unità di misura diverse. Attualmente l’unità di misura internazionale  dell’energia è il joule (J), che  equivale all’incirca all’energia necessaria per sollevare di dieci centimetri un oggetto pesante un chilogrammo. Non è una gran quantità di energia, ed è sicuramente molto piccola  per trattare le problematiche della produzione e del consumo energetico. D’altra parte, le unità di misura fondamentali dalle quali il joule deriva (metro, chilogrammo, secondo: 1 joule è uguale a un chilogrammo per un metro al quadrato diviso per un secondo al quadrato) sono adattissime per l’osservazione dei fenomeni della vita quotidiana e per i piccoli esperimenti di laboratorio dai quali la fisica ha avuto origine. Inoltre, un joule  è una quantità di energia intermedia tra quelle piccolissime in gioco nella fisica atomica e molecolare, che sono dell’ordine dei miliardesimi di miliardesimi di joule, e quelle enormi che interessano l’astrofisica (tanto per fare un esempio, l’energia prodotta dal sole in un secondo è pari a circa  trecentosessanta milioni … di miliardi … di miliardi di joule!). Quindi, volendo utilizzare  un’unica unità di misura, il joule è abbastanza comodo, purchè si rappresentino i numeri in maniera appropriata, vale a dire, restando all’esempio precedente, scrivendo il numero corrispondente all’energia in joule prodotta in un secondo dal sole, anzichè così: 460,000,000,000,000,000,000,000,000 (corretto ma assai poco pratico), in quest’altro modo:  4.6 x 1026.

Similmente, un numero molto piccolo, come “tre decimiliardesimi” può essere scritto più comodamente come 3 x 10-10  anziché come 0.0000000003 (uso qui la convenzione anglosassone, che adotta la virgola per i gruppi di migliaia e il punto per i decimali).

Sfrutto  ancora l’esempio dell’energia prodotta dal sole, ma cambiando argomento: quando diciamo  4.6 x 1026 joule al secondo, diamo un’informazione non solo su “quanta energia”  ma anche su “in quanto tempo”. Ora, l’energia divisa per il tempo è detta potenza, e l’unità di misura della potenza è il watt (W), corrispondente ad 1 joule/secondo.

Il watt  ci è più familiare del joule, perché lo incontriamo su molti apparecchi domestici e, ahimè, sulla bolletta dell’Enel, nella  dizione “kilowatt (kW)” o “kilowattora (kWh)”, accanto ai relativi costi in euro. 1 kilowattora  è l’energia consumata da un’apparecchio della potenza di un kilowatt, ad esempio un forno elettrico, tenuto in funzione per un’ora, oppure, ad esempio,  da una lampadina da 100 W  tenuta accesa per dieci ore.

Le potenze disponibili presso un’utenza domestica sono dell’ordine di alcuni kilowatt, mentre le grandi centrali termoelettriche o nucleari hanno potenze  dell’ordine di un milione di kilowatt, o mille megawatt,  e possono produrre  in un anno energie dell’ordine  di 3 x 1016 joule.

Il fabbisogno energetico planetario è attualmente dell’ordine di 4 x 1020 joule, pari all’energia prodotta da circa tredicimila grosse centrali.

In realtà non tutta l’energia consumata passa attraverso le centrali: basti pensare, ad esempio, alla combustione diretta degli idrocarburi per trasporti e riscaldamento.

Ma torniamo a parlare del sole: della spaventosa quantità di energia che la nostra stella produce, solo  qualche decimo di miliardesimo raggiunge il nostro pianeta. Questa minima parte corrisponde tuttavia alla rispettabile cifra di 5 x 1024 J all’anno, una quantità enormemente superiore al fabbisogno energetico attuale e futuro.

Purtroppo, però, in base a stime attendibili, pare che solo solo una piccola parte dell’energia solare che investe la terra possa essere, almeno teoricamente, sfruttata. Si parla di circa 5 x 1020 J all’anno, valore dello stesso ordine di grandezza del fabbisogno energetico globale.

Ma di questo (cioè degli ordini di grandezza) parleremo un’altra volta. Per ora ci siamo accontentati di dare un po’ i numeri.

 

Ordini di grandezza

 

Abbiamo già visto, in una “pillola” precedente, che per rappresentare numeri molto grandi si possono  sostituire alle sfilze di zeri le potenze in base dieci: un miliardo  si può scrivere come 1 x 109,  un  miliardesimo come 1 x 10-9, trecentoventi milioni di miliardi di miliardi (320,000,000,000,000,000,000,000,000)  come 3.2x1026 e così via: è la cosiddetta notazione scientifica.

Ma vediamo se e quando tale notazione è utile e quando invece risulta inadeguata.

Ad esempio, che cosa pensereste se, in un libro di astronomia, leggeste una frase del tipo: “le stelle che compongono la nostra galassia, la Via Lattea, sono centotre miliardi, seicentoventisette milioni, settecentocinquantaquattromila centoventidue (103,627,754,122)” ?

E se, nella vostra busta paga di questo mese, ci fosse scritto che avete preso “circa 2.5 x 103 euro lordi” dei quali “circa 103  euro“ se ne sono andati in tasse e trattenute varie?

In entrambi i casi c’è qualcosa di strano, di stonato.

Nell’esempio della busta paga, probabilmente vi arrabbiereste e andreste  a protestare da chi di dovere, pretendendo, giustamente, di conoscere al centesimo  la vostra retribuzione.

Nell’esempio della galassia, personalmente credo che mi metterei a ridere, pensando ad uno scherzo o a un tentativo di presa in giro, qualcun’altro potrebbe pensare: “ ma questi scienziati hanno proprio tempo da perdere, se si sono messi a contare le stelle della nostra galassia una per una” o qualcos’altro di simile.

Il fatto è che  nessun testo scientifico serio, anche semplicemente divulgativo, si permetterebbe di “sparare” il numero esatto di stelle della Via Lattea, e ciò per diversi motivi: anzitutto perché, anche ammesso che qualcuno ne avesse tempo e voglia e anche con i sofisticatissimi mezzi attuali, sarebbe materialmente impossibile contarle una a una, inoltre perché le stelle nascono e muoiono continuamente, e una stella che vediamo nascere oggi, distante cento anni luce, in realtà si è formata cento anni fa, e una distante mille anni luce può essere scomparsa secoli fa ma noi continuiamo a vederla, ed altre complicazioni del genere.

Insomma, contare le stelle della Via Lattea non ha proprio senso. Quello che interessa è stimare, con metodi più o meno raffinati, l’ordine di grandezza: cento miliardi, 1011.

Se un astronomo, con nuove osservazioni, riuscisse a dimostrare che non si tratta di cento miliardi ma “solo” di dieci miliardi, o magari di mille milardi, questo  potrebbe avere importanti conseguenze per le teorie sull’origine e l’evoluzione dell’universo, ma dire cento miliardi o novantasei e centocinque  non cambia nulla.

Nel caso della busta paga vale l’esatto contrario: nessun contabile serio compilerebbe una busta paga parlando di “circa” e di ordini di grandezza, e se così fosse non tarderebbero a piovere denunce.

Si potrebbero fare molti altri esempi, ma i due proposti mi sembrano dimostrare a sufficienza come vi siano temi e ambiti di ragionamento nei quali fornire numeri esatti è indispensabile, e altri nei quali essere seri significa limitarsi agli ordini di grandezza, ed il voler essere “molto precisi” può essere inutile, fuorviante o addirittura ridicolo.

 

L’omino, il tavolo, l’albero

 

C’erano una volta due omini che vivevano in un bosco, in due casette in ciascuna delle quali, insieme a poche altre  cose, c’erano un tavolo di legno  e una stufa.

Un giorno, nella casa del primo omino, si ruppe una gamba del tavolo.

L’omino pensò: “bene, ora riparo la gamba del tavolo, è un lavoretto semplice e che richiede poca fatica, poi andrò nel  bosco a procurarmi un po’ di legna, perché quella che ho sta finendo.

Dopo aver riparato il tavolo, andò per il bosco in cerca di legna minuta. Abbatté anche un abete  e lo tagliò a pezzi, che aggiunse alla riserva di legna da bruciare nella stufa.

Terminato il lavoro, accese un bel fuoco nella stufa e si cucinò una zuppa, poi prese un boccale di vino, si tagliò una fetta di pane e consumò la sua povera cena.

Per caso, proprio nello stesso giorno, anche al tavolo dell’altro omino si ruppe una gamba.

Egli  pensò: “ho giusto bisogno di un po’ di legna da ardere, ora taglio a pezzi il tavolo, poi vado nel bosco, cerco un bell’abete, lo taglio e mi costruisco un tavolo tutto nuovo: un lavoro un po’ lungo e faticoso, ma credo ne valga la pena” e così fece.

Dopo aver fatto a pezzi il tavolo vecchio, tagliò un’albero e lo utilizzò per costruirsi un tavolo nuovo. Finito che l’ebbe, lo portò in casa, accese un bel fuoco nella stufa e si cucinò una zuppa, poi prese un boccale di vino, si tagliò una fetta di pane e consumò la sua povera cena.

Il  mattino dopo i due omini si incontrarono e si raccontarono come avevano trascorso la giornata precedente.

Il primo, dopo aver descritto quanto già sappiamo, concluse il racconto dicendo di essersi coricato sazio, non troppo stanco e contento.

Il secondo, al contrario, disse di essere andato a letto molto stanco, ma di non essere quasi riuscito a dormire per la fame.

Perché mai? Sia il primo che il secondo omino, all’inizio della giornata avevano un tavolo, e alla fine avevano ancora un tavolo. Entrambi, nel corso della giornata, hanno abbattuto uno e un solo albero. Entrambi hanno consumato la stessa cena.

Il fatto è che il secondo omino, piuttosto che sistemare il vecchio tavolo, ha preferito utilizzarlo come “fonte di energia”, e di conseguenza ha dovuto lavorare di più per costruire un tavolo nuovo, stancandosi e consumando energia che la frugale cena non è stata in grado di reintegrare.

 

C’erano anche due amministratori locali (o due governi nazionali, se preferite) che nel loro paese (o Paese) avevano tante ma tante cose fatte dei più svariati materiali.

Il primo amministratore cercava di incoraggiare e incentivare il più possibile il recupero e il riutilizzo degli oggetti e dei materiali che la gente avrebbe voluto eliminare, il secondo invece faceva bruciare quasi tutti i rifiuti per ricavarne energia.

Dopo un po’ di tempo, il secondo amministratore si rese conto che nel suo paese (Paese) si spendeva molto più denaro che nel primo per acquistare oggetti da fuori, e si consumava molta più energia per costruirne in loco. Tali consumi di risorse erano ben lontani dall’essere compensati dall’energia prodotta bruciando i rifiuti, così diminuivano le risorse per i servizi e aumentavano le tasse.

 

Fare e disfare è tutto un lavorare, dice un noto proverbio.  

 

 

Più energia consumi, più sei felice... o no?

 

Nel grafico,  tratto da un recente studio[1], viene messo  in relazione l’HDI (“Human Development Index”) con il consumo di energia elettrica, espresso in kWh all’anno pro-capite, in alcuni  paesi del mondo.

L’indagine si estende a un numero molto maggiore di nazioni, ma per semplicità ne ho scelte solo alcune,  rappresentative di diversi continenti e contesti politico-economici.

Le conclusioni che si possono trarre dall’intero gruppo di dati, ad ogni modo, non differiscono nella sostanza da quelle ricavabili da questo grafico ridotto.

L’HDI è un indice sintetico sviluppato presso le nazioni Unite con l’intento di dare consistenza numerica al concetto di sviluppo. Tale numero si ottiene combinando opportunamente  un insieme di informazioni sul tenore di vita, la sua durata media e il livello di istruzione in un dato paese.

Pur con gli evidenti limiti di ogni  tentativo di esprimere con un solo parametro realtà complesse riguardanti persone e  popoli, l’HDI è considerato da molti un valido strumento di misura del livello di benessere.

Le scienze statistiche mettono a disposizione molti mezzi sofisticati di analisi dei dati, ma noi ci limiteremo a osservare il grafico e trarre da esso alcune riflessioni.

Anzitutto, un’osservazione banale: a consumi  molto bassi corrispondono HDI altrettanto bassi.

Intendiamoci:  una persona  può benissimo vivere senza elettricità, o in generale senza fonti di energia “tecnologiche”, ed essere ugualmente felice. Ma non v’è dubbio che, nel mondo d’oggi, la non disponibilità di un minimo di energia elettrica pro-capite si associ a uno scarso livello di sviluppo, qualunque significato si voglia dare a questo termine.

Spostandoci un poco lungo la scala dei consumi, vediamo che l’HDI si alza all’inizio rapidamente, poi via via più lentamente fino a raggiungere una sorta di “pianerottolo” intorno a 4000 kWh, dopo di che  tende ad assestarsi su un valore costante di circa 0.9. Il pianerottolo è evidente anche nell’insieme di dati completo, ed è considerato uno dei risultati più significativi dello studio

Il grafico  in sé non ci dice, tra aumento di consumi  e di benessere, quale sia la causa e quale l’effetto. Nella zona “bassa” è ragionevole supporre che un piccolo aumento di disponibilità di energia elettrica provochi un deciso miglioramento della qualità di vita, ma è anche ragionevole supporre che, una volta raggiunto un certo benessere, esso provochi  la richiesta di maggiore energia elettrica, con relazioni di causa-effetto difficili da valutare. All’inizio della zona di pianerottolo, dove per inciso si colloca l’Italia, notiamo uno sparpagliamento dei punti, nel senso che a consumi quasi uguali  corrispondono valori di HDI parecchio diversi, come ad esempio tra Spagna e Italia da un lato e Russia dall’altro. Senza pretendere di spiegare nei dettagli le ragioni di ciò, peraltro abbastanza intuibili, se ne può dedurre che, se la finalità è un maggiore benessere, è probabile che lo si possa raggiungere attraverso strade  che non implichino necessariamente un aumento dei consumi energetici, o dei consumi in generale. Spostandoci ora verso i Paesi più “consumisti” si nota che, oltre un certo livello, ulteriori aumenti dei kWh/anno pro-capite non sono più giustificabili in base alla ricerca di un maggiore benessere.

La necessità di una corretta  gestione  delle risorse energetiche può essere dettata, senza dubbio, da ragioni morali, ma anche dal  puro interesse. Quale senso può avere, infatti, consumare e quindi spendere sempre di più se la qualità della propria vita non cambia in meglio?  



[1] A. Pasternak, “Globale Energy Futures and Human Development: A. framewor for Analysis”, Lawrence Livermore National Laboratory, rep. No. UCRL-ID-140773 (OCT. 2000),citato in:  “Physics Today”, Aprile 2002, American Institute of Physics.

 

 

Materia ed energia: due facce della stessa medaglia

 

L’uomo, fin dalla sua comparsa sulla terra, ha sempre avuto a che fare con la materia e  l’energia, ma solo recentemente ha incominciato ad analizzare le proprietà  dell’una e dell’altra mediante il cosiddetto metodo scientifico, che si è rivelato efficacissimo per descrivere e prevedere i fenomeni naturali e per sfruttarli a fini pratici, oltre ad essere un’eccezionale banco di prova per il pensiero.

Non  voglio sostenere la tesi secondo cui la scienza sarebbe l’unica forma di pensiero in grado di fornire la vera spiegazione della realtà naturale. Può darsi che lo sia (personalmente ne dubito) oppure può trattarsi soltanto di un metodo, per quanto geniale e utilissimo, che potrebbe  essere sostituito in futuro da modelli di pensiero  completamente diversi, così come la scienza ha soppiantato - nelle culture in cui lo ha fatto - il pensiero mitico tanto caro alle epoche passate.

Su  interrogativi di questo genere lasciamo dibattere  i filosofi; quanto a noi, se vogliamo fare un discorso minimamente sensato su materia ed energia dobbiamo parlarne in base al significato che  a tali concetti dà la scienza, ed in particolare  la fisica, altrimenti  rischiamo di finire completamente fuori strada.

L’uomo, dicevamo, ha sempre avuto a che fare  con la materia e l’energia. La materia appare così ovvia da lasciar credere che non ci sia quasi bisogno di definirla: la materia è … la materia. Ma questa percezione di ovvietà viene meno già solo se pensiamo che anche i corpi  più solidi, a livello microscopico sono  estremamente vuoti. Ogni corpo infatti è costituito da atomi, i quali a loro volta sono composti  da particelle – protoni, neutroni ed elettroni - il cui volume totale è solo una parte infinitesima del volume  del corpo. Il fatto che i corpi solidi stiano insieme pur essendo quasi vuoti ha decisamente a che fare con il  concetto di energia. A livello dell’infinitamente  piccolo, pertanto, materia ed energia sono intimamente mescolate e non ha senso chiedersi quale delle due venga prima, né in ordine di tempo né di importanza.

            Quello che nel linguaggio comune viene definito un pezzo di materia, ad esempio un sasso, in termini scientifici può essere descritto come un insieme di particelle che interagiscono e si muovono  seguendo determinate leggi di conservazione e trasformazione dell’energia.

            Ma citando le particelle atomiche ci siamo  spinti un po’ al di là dei  concetti originari  elaborati agli albori della fisica moderna. Per parecchio tempo, infatti, le teorie fisiche furono sviluppate senza conoscere la struttura degli atomi ed il concetto di energia fu elaborato essenzialmente in riferimento al movimento: movimento in atto, quello di un corpo che viaggia ad una certa velocità e quindi ha una certa energia cinetica, o movimento in potenza (energia potenziale), quello per esempio di un sasso posto in cima a una torre che, se lo si lascia cadere, acquista velocità. Già a questo livello, dunque, vi è un legame inscindibile tra materia ed energia, poiché non ha senso considerare separatamente i corpi e il loro movimento.

            Ma è con la fisica del ‘900, ed in particolare con la teoria della relatività di Albert Einstein che il legame tra materia ed energia si fa sempre più stretto.

Una delle conseguenze più note della teoria della relatività, infatti, è l’equivalenza tra la massa e l’energia: ad una data massa corrisponde una quantità di energia pari  alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce. Massa ed energia possono dunque trasformarsi l’una nell’altra e  non vanno viste come realtà separate e indipendenti, ma come manifestazioni  diverse di  una stessa realtà naturale.

I passaggi matematici descrivono bene la faccenda; gli esperimenti, compresi quelli tragici come le esplosioni atomiche, la confermano. 

Cercare di capire come  sia possibile che un corpo (o meglio la sua massa) e il suo movimento (l’energia) condividano una stessa natura fondamentale, è molto più difficile, anche per gli addetti ai lavori, e forse è sintomatico di  questa difficoltà il fatto  che non sia mai stato coniato un termine ufficiale per definire quel “qualcosa”  che si manifesta ora come massa, ora come energia.

In base a quanto detto – e si potrebbe aggiungere altro, ma si andrebbe troppo lontano – materia ed energia non sono che due facce della stessa medaglia, e appare  privo di significato cercare una priorità di qualche genere tra l’una e l’altra.

 Tuttavia, se  proviamo ad affrontare il discorso sotto un altro punto di vista, cioè a partire dai concetti  della  termodinamica, le cose cambiano completamente.

 Ma di questo parleremo in un’altra “pillola”...

 

 

(ANSA) - ROMA, 21 GEN - L'eco-mattone mette le fondamenta nei comuni italiani e alleggerisce le bollette.

 

Sono sempre di piu' le amministrazioni locali che incentivano la casa ecologica. E questo a tutto beneficio della salute, dell'ambiente ma soprattutto delle tasche. Con il mattone 'verde' il risparmio e' assicurato: almeno il 30% con punte fino a quasi il 43% al Nord.

A dimostrare l'avanzata della casa 'pulita' il fatto che su 250 comuni interpellati (la maggior parte capoluoghi, per un totale di 10 milioni di abitanti rappresentativi del 17,5% della popolazione italiana), il 55% ha creato le condizioni per la realizzazione di eco-abitazioni, un altro 10% e' sul punto di farlo e solo 35 su 100 ancora non hanno messo mattoni sostenibili nel programma di governo del proprio territorio.

Questi i risultati dell'indagine condotta da Federabitazione in collaborazione con Anci, Istituto di Bioarchitettura e Legambiente e presentata a Roma nel corso della prima Convention annuale sull'abitare sostenibile dal titolo ''La casa ecologica dalla sperimentazione all'ordinarieta'''.

Tra i comuni che hanno gia' deliberato una forma d'incentivo in favore di costruzioni eco-compatibili, la percentuale piu' alta (28%) prevede uno sconto sugli oneri di urbanizzazione, uno su 5 (il 21%) un incentivo volumetrico ovvero la possibilita' di aumentare le cubature degli edifici, il 16% vincola l'edificabilita' di alcune aree all'edilizia sostenibile, il 12% uno sconto sull'Ici, un altro 12% concede finanziamenti con bandi di concorso.

Anche tra i comuni favorevoli che stanno valutando quali forme d'incentivo attuare, lo sconto sugli oneri di urbanizzazione rimane il favorito, scelto dal 44% delle amministrazioni, seguito dallo sconto sull'ICI (35%), gli obblighi nelle convenzioni per le aree (34%), l'incentivo volumetrico (32%), i bandi (29%) e altro (5%).

''Per un concreto cambiamento ha detto il presidente di Federabitazione, Angelo Grasso - quello degli incentivi pubblici e' la giusta strada da percorrere, tuttavia, non e' sempre efficace. L'incentivo infatti non ha bisogno di essere cospicuo per essere efficace, ma deve essere 'a regime' e servire per riflettere''. L'analisi sui maggiori impedimenti indica che per il 46% delle amministrazioni l'ostacolo e' di tipo finanziario, a seguire sono segnalati fra i problemi la carenza di personale e/o di formazione specifica (41%), difficolta' nella definizione delle caratteristiche da incentivare (35%), carenza normativa (24%) e difficolta' di carattere urbanistico (14%).

Tra i 250 comuni coinvolti nell'indagine, 40 sono capoluoghi: il 75% ha gia' deliberato in favore d'incentivi all'eco-edilizia e solo un 8% li ha esclusi dai provvedimenti da emanare. Anche nelle grandi citta' lo sconto sugli oneri di urbanizzazione e' la forma d'incentivo piu' adottata (gia' deliberata dal 30% e in fase di studio presso il 46% dei comuni capoluogo) seguita dagli incentivi volumetrici scelti dal 20% e gli obblighi nelle convenzioni per le aree dal 23%.

 

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